Davanti alla fontana dei Carruggi: la foto che ci ha riportati a casa
Basicò, davanti alla fontana dei Carruggi, non è solo “un posto” in una fotografia: è una soglia. Una di quelle che, quando le riguardi dopo anni, capisci che non stavi semplicemente posando… stavi entrando in una vita.
Una scena che potrebbe sfuggire a chi passa: pietra consumata dal tempo, acqua che cade con un ritmo paziente, e attorno i carruggi che stringono le voci e trattengono le risate come se avessero memoria. La fontana è lì, ferma e viva allo stesso tempo, come un vecchio che non ha bisogno di parlare per farsi capire. E davanti, noi due – giovani – pieni di quell’energia che non sai spiegare, ma che si percepisce subito: la leggerezza vera, disordinata, bellissima.
Non è la leggerezza da cartolina. È quella che ti appartiene quando non hai ancora imparato a fare i conti con tutto, e proprio per questo vivi senza risparmio. In quell’istante il futuro non fa paura: il futuro è un invito. È una porta spalancata. È una cosa che puoi nominare ridendo, come se bastasse dirlo per farlo accadere.
Lei – la mia futura moglie – ha nella foto una luce addosso che non è solo il sole: è un modo di stare al mondo. Sorride come si sorride quando si crede alle cose. Non alle favole: alle possibilità. A quella strana certezza che certe persone, quando ti stanno accanto, ti rendono più vero. Non “migliore” nel senso morale, più vero, nel senso profondo: più te stesso.
Io, nella foto, ho l’aria tipica di chi si atteggia un po’ per non far vedere quanto sente. Sembra quasi che dica: “Tranquilli, è tutto normale”, e invece no: non è normale niente, perché quello che stai vivendo è enorme. Ma a vent’anni le cose enormi non ti spaventano: ti accendono. Ti fanno venire voglia di correre, di inventare, di dire sì prima ancora di capire bene a cosa.
Un paese dentro il cuore. Trent’anni dopo, lo stesso luogo ci rivede arrivare con nuove vite e un’idea semplice: Basicò non si lascia indietro.
Le nostre “follie” di allora non erano gesti clamorosi. Erano piani improvvisati detti come se fossero ovvi: “e se…?”, “dai, facciamolo”, “vedrai”. Erano promesse buttate lì con una risata, e proprio per questo sincerissime: perché non avevano ancora imparato a proteggersi con la prudenza. E la spensieratezza… quella spensieratezza di gioventù che non è superficialità, ma fiducia: fiducia nella strada, nel domani, in noi.
Se vi avvicinate a questa fotografia come ci avviciniamo noi quando la riguardiamo, vi sembra quasi di sentirla: l’acqua della fontana, un vociare lontano, un passo sui ciottoli, una battuta sciocca che fa ridere più del dovuto. Sembra quasi di sentire l’odore del paese in una giornata qualunque, quell’aria che sa di pietra e di vento e di cose che resistono.
Poi la vita, come fa sempre, passa. Cambia. Ti prende sul serio.
E senza che tu te ne accorga, un giorno guardi la stessa foto e realizzi che dentro quell’istante c’era già tutto: non la trama, non i capitoli, ma il tema. C’era già il seme.
Perché eccoci qui: trent’anni dopo.

Torniamo nello stesso paese. La fontana dei Carruggi è ancora lì – fedele, quotidiana – e noi ci ritroviamo davanti a lei non più soltanto in due. Torniamo con le giovani vite che abbiamo messo al mondo. Torniamo con occhi diversi: più pieni, più profondi, segnati e forti. Torniamo con quella specie di stanchezza buona che hanno le persone che hanno camminato tanto… e che nonostante tutto hanno ancora voglia di scegliere.
Siamo diversi, sì. La gioventù ha lasciato il posto alla consapevolezza: quella che non ti toglie la luce, te la cambia. La spensieratezza di allora oggi è diventata un’altra cosa: determinazione. Presenza. Cura. Non ridiamo meno – ridiamo in modo diverso. Non sogniamo meno, sogniamo con le mani sporche, con progetti che devono stare in piedi, con la concretezza di chi sa che amare non è solo sentire, è fare.
E in quel ritorno succede qualcosa che stringe lo stomaco in un modo dolce: capisci che un paese amato non è un ricordo da conservare in un cassetto. È una relazione. È qualcosa che, se lo lasci, si spegne piano, come una luce in una stanza chiusa troppo a lungo. Basicò non è il luogo “dove eravamo giovani”. È un pezzo di noi che non ha mai smesso di chiamarci.
Per questo oggi non si può tornare solo a cercare la gioventù perduta. Si torna con l’intento di portare vita. Di restituire respiro. SI torna per far sì che quei vicoli non diventino soltanto silenzio e porte chiuse. Si torna per fare, nel nostro piccolo, la cosa più semplice e più rivoluzionaria: restare e far vivere.
Perché ci sono posti che non possono essere abbandonati. Non per romanticismo. Per responsabilità. Per conservare le proprie radici. Per gratitudine. Perché ti hanno fatto da cornice quando ancora non sapevi chi saresti diventato. E quando un luogo ti ha custodito, prima o poi senti il bisogno di ricambiare.
La fontana dei Carruggi continua a scorrere, e forse è proprio questo il suo messaggio: il tempo passa, sì. Ma può anche tornare. Può tornare sotto forma di scelta. Di passi che rientrano. Di bambini che imparano un nome di via. Di luce riaccesa dentro una casa. Di futuro che non è nostalgia, ma direzione.
E allora quella foto – che per chiunque potrebbe sembrare solo “due ragazzi davanti a una fontana” – per noi è un ponte.
Da una parte, la gioventù che sorride.
Dall’altra, la vita che avanza e costruisce.
In mezzo, Basicò. Che ci guarda ritornare, fedeli al suo richiamo.

